Edgardo Pistone, regista e sceneggiatore, esordisce quest’anno con il suo primo lungometraggio: Ciao Bambino. Un film ipnotico su Attilio, un giovane ragazzo della periferia di Napoli, che deve fare i conti con i propri sogni e la sua famiglia. Per guadagnare qualche soldo dopo che il padre è uscito di prigione, fa da “guardiano” ad una giovane prostituta, Anastasia. Il film, vincitore alla Festa del cinema di Roma come migliore opera prima, mi ha colpito per la sua lucidità nel narrare una realtà drammatica e un’età complessa, senza rinunciare alla tenerezza e all’ironia.
Ho avuto così l’occasione di intervistare Edgardo Pistone qualche mattina fa. È in macchina che fuma una sigaretta, semplice ed imprevedbile. Io mi ero appena alzato dal letto, confuso ed emozionato. Partono le domande. Ciao bambino è una storia che si lega al suo territorio e alle tacite leggi che lo governano, ma ha anche la capacità di intercettare delle corde che sanno essere universali. Così chiedo con che intenzioni ha voluto raccontare questa storia e lo sfondo di Napoli, spesso polarizzato tra criminalità e folklore, senza nessuna sfumatura.
«Nel film non avevo l’ambizione di raccontare la città. Ovviamente Napoli entra nel film perchè è ingombrante con i suoi codici e le sue regole. Credo che ogni film su Napoli sia goffo perchè un film non basta a raccontare una città, soprattutto una così complessa a cui ogni definizione sta un po’ stretta. Spesso chi guarda da fuori guarda solo ciò che vuole vedere e che gli viene più comodo. Chi la vive da dentro invece sa che è difficile poter spiegare. Per me non era un film girato a Napoli, è un film girato nel mio quartiere, è casa. Ho seguito quel semplice principio del “racconta quello che conosci”. Il film mi ha anche aiutato perchè a volte ciò che crediamo conoscere meglio nasconde grandi misteri»
Descrive poi il suo rapporto con la città conflittuale paragonando Napoli ad una madre dalla quale è difficile separarsi perchè in altri posti si sente sempre uno straniero. Le sue parole mi colpiscono e fanno un po’ da specchio. Edgardo emerge con questa prima risposta come una persona molto consapevole del suo vissuto ed estremamente curiosa.
Ciao bambino è la sua opera prima ma ha precedentemente lavorato come regista su diversi corti. Mi sono quindi chiesto quale sia la grande differenza nella direzione tra un corto e un lungo. Lui risponde così:
«Sicuramente la quantità di lavoro. Io però giro ogni scena come se dovesse esprimere la miglior idea di regia, è così è stato sia sul lungo che su un corto. Di base grandi differenze non le ho percepite. Il film però ti mette nella condizione di avere maggiore rispetto per lo spettatore, perchè in questo caso gli chiediamo novanta minuti della sua vita, mentre il corto è destinato più ai festival. Ecco, direi che la differenza sta nel rapporto con lo spettatore e nella necessità di costruire una relazione con chi guarda»
Il film raggiunge il suo scopo: Ciao bambino sa creare un’intenso rapporto con lo spettatore poichè fa della sua normalità e semplicità un luogo di contatto con la normalità e la semplicità del pubblico. È un film però che sa farti sentire scomodo poichè è una storia sugli ultimi e sugli emarginati.
Il film mi sembrava far riferimento ad una tradizione neorealista, dall’ Accattone di Pasolini fino al contemporaneo Roma di Cuaron, con un bianco e nero che ha la grande capacità di accentuare i colori invece di spegnerli. Edgardo mi smentisce:
«Questi film mi piacciono molto, ma non li ho davvero guardati per Ciao Bambino. Un film a cui mi sono ispirato soprattutto per Anastasia è Le notti di Cabiria di Fellini che io amo. Un altro film che in qualche modo ho citato è Chi sta bussando alla mia porta di Scorsese. Poi mi sono ispirato molto ad un film, molto diverso dal mio, ma che in qualche modo ha dato origine a questo lavoro: Heli di Amel Escalante. Un film che mi ha colpito per la sua narrazione tra l’individuo e la sua cultura. Era un film molto violento, mentre io ho cercato di raccontare la violenza di una realtà ma senza davvero mostrarla»
Il film di Edgardo Pistone si basa in realtà sulle relazioni: tra Attilio e Anastasia, tra Attilio e il padre e tra Attilio e la sua terra. Con grande tenerezza e verità.
Vado al finale del film: un finale tragico che spezza qualsiasi promessa di futuro. Anche in questo caso Edgardo mi smentisce:
«Il film credo abbia una prospettiva di futuro dall’inizio alla fine. Attilio non smette mai di credere che il futuro possa essere migliore di quello che gli dicono. Attilio ha sempre speranza nel suo arco narrativo, però questa speranza si relaziona con un principio di realtà. È una delle mie più grandi paure: il fallimento, e l’assenza di prospettive. È un tema ricorrente anche in Scorsese: l’uomo che vuole sostituirsi a Dio ma fallisce miseramente. Così il fallimento mi sembrava avere più significato, anche in relazione all’altro tema che riguarda le colpe dei padri che ricadono sui figli».
I figli di Ciao bambino sono figli che devono scontare colpe non loro, costretti a crescere prima del tempo, senza spensieratezza. Su questa prospettiva Edgardo continua «Sicuramente io non volevo focalizzarmi sul discorso generazionale. Il film vuole distaccarsi dal tempo e dallo spazio, per cui non volevo parlare della generazione contemporanea, ma racconto un conflitto generezionale che è lo stesso da secoli. Il film racconta l’adolescenza come pezzo biografico degli esseri umani ed è l’età dove noi ci chiediamo: che uomo voglio essere? che adulto voglio diventare? Attilio si pone questo quesito e cerca di rispondere attraverso il mondo che sta ereditando. Il punto di vista ho cercato di renderlo più poetico che sociologico, mi sono basato sulle armonie lavorando con la macchina da presa e con la musica»
Il tempo è agli sgoccioli, Edgardo deve andare e io onestamente resto un po’ spiazzato dalle sue parole che mi colpiscono dritto in petto. Viro il discorso e gli chiedo un anneddoto inedito del dietro le quinte. Edgardo confessa:
«Una cosa un po’ buffa e tragica è che il primo giorno di set io ero convinto che stessi per avere un malore, forse dovuto allo stress. Ho fermato il set e sono andato dall’ispettore di produzione e ho detto “credo che sto morendo“. Lui mi guarda e dice “fatti un tuffo a mare”. È una paura e una tensione che mi ha accompagnato un po’ per tutte le riprese. Poi la storia che nel film racconta il padre di Attilio è una storia vera che è successa a mio fratello Jacopo, uno dei pochissimi momenti nel film dove abbiamo potuto improvvisare»
Siccome il film mi è piaciuto molto, ed Edgardo Pistone ancora di più, curioso gli chiedo quando dove e come potremo rivederlo in azione
«Per il momento ho solo idee. Ho ripescato un ‘idea di un film prima di Ciao bambino, poi ho letto un bel romanzo che vorrei adattare, e ho una mezza idea per un progetto all’estero, una co-produzione con la Polonia. Ora continuo a stare dietro a Ciao bambino e a portarlo in giro in realtà davvero molto belle che richiedono la mia presenza»
Edgardo Pistone si accende una sigaretta, ci salutiamo, e riparte con la sua macchina.
Matteo Cantarella